“Ma che parli arabo?” – Again, on the presence of arabisms in the Italian vocabulary

As a group of professionals working in the field of integration and language exchange, we couldn’t remain unmoved before the tragedy that occurred two days ago in Paris. Instead of taking any position or expressing any opinion, which would be both inappropriate and redundant for a blog like ours, we will do what we always did: we will try to show that language is the core of communication and the highest tool for integration deviced by human beings, and how we can improve the understanding and the acceptance of others even just by browsing our own vocabulary. The following article, written some time ago by one of our teachers, is an enjoyable dissertation on the imposing presence of arabisms in the italian lexicon: just a small reminder of our origins and our history.

“Chi è senza passato non ha futuro”.

Ma che parli arabo?

Con ironia siamo soliti, spesso e volentieri, porre questo retorico interrogativo di fronte alla difficoltà che incontriamo nell’interpretare un discorso riguardo un argomento di cui conosciamo poco o niente, o che reputiamo difficile da apprendere, con il rimando allo stereotipo per il quale la cultura araba, ed in particolare la lingua araba, sia qualcosa di totalmente estraneo e lontano e che, per nostra ammissione, facciamo difficoltà a capire. Le semplificazioni spesso grossolane e quasi sempre molto rigide dell’immagine mentale alla quale diamo adito, influenzati da ogni tipologia di informazione, origina il pregiudizio e la diffidenza nei confronti degli immigrati dell’Africa settentrionale, e non solo. La fiamma della difesa della nostra identità nazionale, della lingua, del dialetto e delle nostre tradizioni contro coloro da cui ci sentiamo minacciati, divampa inconsapevolmente. Cosa vogliono questi immigrati con i loro kebab, tanto in auge nelle nostre strade? Non sarebbe opportuno difendere i nostri buoni prodotti italiani? Ci rende fieri, infatti, sapere che arance ed albicocche, limoni, carciofi e melanzane siano bollati come IGP o DOP, essendo coltivate sotto il nostro bel cielo azzurro, o che nessuno si possa appropriare dell’invenzione del milanesissimo risotto allo zafferano. Non siamo di certo razzisti o xenofobi: se questi immigrati vengono nel nostro paese per fare i facchini dentro un magazzino non è di certo un problema; se indossano giubbe color cremisi o lilla, ricamate di tutto fino, chi mai potrebbe avere nulla in contrario? Eppure tremiamo alla sola idea che la cultura occidentale dia asilo a questi assassini, attentatori della nostra lingua e della nostra cultura: meglio bloccarli alla dogana! Finché il massimo del contatto con gli arabi avviene tramite l’informazione televisiva, noi siamo tranquilli e sorseggiamo un’ottima tazza di caffè napoletano e ci adagiamo con serenità su un comodo materasso (magari su un letto a baldacchino!). Pensano davvero di farci rinunciare ad una caraffa di vino, che per noi è un elisir di lunga vita, per diventare gli zerbini di questa gente che vorrebbe solo tenerci in scacco? Una risma di immigrati che invadono a bizzeffe le nostre coste, e parliamo di cifre con molti zeri!

Naturalmente i termini messi in evidenza sono tutti prestiti dall’arabo e questa sorta di divertissement: è unicamente teso a stimolare la riflessione su come gli stereotipi e i pregiudizi, non solo linguistici ma anche culturali, affondino le loro radici su basi del tutto inconsistenti.

Read the original article on Kappa Language School’s website.

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