Arabismi nella botanica: da “arancio” e “limone” al verbo “limonare”

Histoire_et_culture_des_orangers_A._Risso_et_A._Poiteau._--_Paris_Henri_Plon,_Editeur,_1872Tra gli ambiti che riportano un elevato numero di arabismi uno dei più proliferi è il settore della botanica. Indichiamo con botanica tutti quei lemmi che si riferiscono ad alberi da frutto e frutti, ortaggi, spezie e piante, la cui coltivazione in Italia è stata spesso introdotta, attraverso la Sicilia, dagli arabi. Tra le più comuni troviamo ad esempio arancio: dall’ar. persiano n ā r a n ğ, vede la caduta di n- ritenuta parte dell’articolo (un narancio > un arancio) e l’accostamento paraetimologico ad oro, secondo la tendenza per la quale un parlante mediamente colto avvicina una parola nota ad una ignota. La forma narancio è attestata in Boccaccio, nel Sannazzaro, nell’Ariosto e in alcuni dialetti, ad esempio il veneziano naraza. «Il nome del frutto è (…) maschile in tutta la Toscana, fuorchè in zona fiorentina e valdarnese (…). La disposizione porterebbe a vedere nell’arancia fiorentino un innovazione che potremmo interpretare come dovuta ad un livellamento analogico con i nomi degli altri frutti». Questo lemma è interessante non solo per la sua produttività nella creazione di derivati quali aranceto, aranciera, arancino, arancione ed altri, ma anche per la capacità, essendo perfettamente integrato nella nostra lingua, di aver dato origine ad importanti locuzioni, prima fra tutte fiori d’arancio: simbolo, per il loro candore, della purezza, sono usati (oggi per lo più artificiali) nelle acconciature delle spose il giorno delle nozze, per cui l’espressione stessa, fiori d’arancio, è sinonimo frequentemente di nozze; una delle prime attestazioni della locuzione la troviamo nel Palazzeschi (4-317): «Avevano nei capelli dei mazzetti di fiori d’arancio; e fiori d’arancio portavano alla vita, sul petto e in fondo alle sottane». Per quanto riguarda l’etimologia del lemma prendiamo come riferimento la congettura che troviamo nell’opera di Pietro Andrea Mattioli, medico senese del XVI sec., che tradusse il Codex Aniciae Julianae di Dioscoride Pedanio: «Affaticasi agramente il Brasavola in volere esporre donde sia tratto il vocabolo degli aranci, e come che molte derivazioni vi raccolga, per quanto a me pure poco quadranti, non seppe però ritrovare che aranci non vuol dire altro che aurantia poma, che non significa altro che pomi di colore d’oro».

Della stessa importanza è il lemma limone dall’ar. l ī m ū n, di origine indiana: troviamo una primalimonare attestazione del lemma addirittura in Leonardo da Vinci, quindi anteriore alla data ufficiale di ingresso nella nostra lingua (1544). Sarebbe interessante aprire una parentesi sul verbo limonare, derivato naturalmente dal nostro lemma: regionalismo che in epoca moderna si è esteso a tutta la nostra penisola, inteso come “abbandonarsi ad effusioni e giochi amorosi, senza giungere al coito”. Comunemente avvertito come innovazione degli ultimi decenni del 1900, ci è però testimoniato dal lessicografo dei primi anni dello stesso secolo Alfredo Panzini che scrive: «Limonare. Verbo lombardo ora largamente diffuso “far lo svenevole, il cascamorto, far l’asino (toscano)”. I milanesi da “limonare”, parafrasando il verbo dei venditori, dicono “Cinq ghei due, i limonitt”, cinque centesimi due limoni, quando vedono una coppia di innamorati».

Read the original article on Kappa Language School’s website.

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